Cultura e spettacoli
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Carla Bruni, maestra nell’arte di far parlare (sempre e comunque) di sé

L’ex première dame di Francia ritrova attraverso il nuovo cd Little French Songs la posizione dominante e canta l'amore per Sarkozy con un filo di perle e uno di voce

C’era una volta, in un castello e in un tempo nemmeno troppo lontani, Carla Gilberta Bruni Tedeschi. Modella, attrice, cantautrice e première dame di Francia (dimessa), la sua vita ha un sapore di incanto che l’avvicina a una fiaba. Figlia amatissima di una pianista e di un compositore che negli anni di piombo lasciarono l’Italia per la Francia, Carla cresce a Parigi bella come Biancaneve e superba come Grimilde. Dotata per la rima e per la melodia, legge Proust e Baudelaire, superando in bellezza la sorella(stra) Valeria Bruni Tedeschi, che condanna per sempre a un cinema introverso e a ruoli afflitti.

Considerata dal mondo e dal suo specchio magico la donna più bella del reame, Carla sboccia nella musica e dietro alla chitarra che il padre le regala a nove anni. Strumento inseparabile con cui trent’anni dopo comporrà il suo primo album (Quelqu’un m’a dit) e venderà due milioni di copie in tutto il mondo. Ma prima di dedicarsi alla composizione, la bella Carla frequenta la facoltà di architettura, che lascia molto presto per sfilare per Dior e Versace, per Rabanne e Rykiel, e sfidare Naomi Campbell e Claudia Schiffer a colpi di lunghe e (ben) piazzate falcate. E con gambe mirabili e imponenti incide le passerelle e gli schermi su cui appare nel ruolo di se stessa (Prêt-à-Porter, Catwalk) o in quello di una guida turistica che teorizza triangoli sentimentali sotto Le penseur di Rodin (Midnight in Paris).

Apparizione divistica in un episodio dei Simpson (Il Diavolo veste nada), Carla diventa suo malgrado, ma a ragione della sua condotta, la rivale ‘stronza’ nel romanzo autobiografico di Justine Lévy, cui ruba il marito nella vita e distrugge il matrimonio nella finzione (Niente di grave). Figlia del filosofo Bernard-Henri Lévy e moglie del filosofo Raphaël Enthoven, Justine è la good girl in balia di un marito indeciso che deciderà per la dark lady, che veste Prada e si rifà il trucco dopo ogni bacio. Conosciuto più per la sua vita privata che per le sue opere, il giovane ‘stilista’ del prêt-à-penser si accompagna con Carla, che fa chic come pensare. La loro filosofia rosa genera un figlio e un melodramma coniugale da cui usciranno cogitando sul futuro, che per Carla appare neanche a dirlo radioso.

Lasciata la moda si reinventa chanteuse française con la chitarra, un paio di jeans, un filo di perle e uno di voce. Stesi pubblico e critica, conosce un grande successo, si congeda dal compagno con una canzone (Raphael), vince La Victoire de la Musique come personaggio femminile dell’anno (è il 2004), promette un nouvel album (No Promises), questa volta in lingua inglese, e si prepara ad affrontare il gran ballo, ovvero la festa danzante al Palais de l’Élysée. Momento chiave per Cenerentola come per Carla, il palazzo di rue du Faubourg-Saint-Honoré risplende di lustrini, broccati d’oro e uniformi tirate a lucido, in fondo alle quali Nicolas Sarkozy l’attende con fiori d’arancio, scarpetta di cristallo e titolo di rappresentanza. Moglie del ventitreesimo Presidente della Repubblica Francese, Carla Bruni Sarkozy aggiunge un leader di Stato alla sua lista di conquiste e alza la posta in gioco.

Insediata al potere accanto a lui, scioglie il carattere gelido in un sorriso e dispiega tutto il suo fascino nella gestione della cosa pubblica. Nello spazio sospeso dell’esibizione spettacolare, Carla produce il suo terzo disco (Comme si de rien n’était), concepisce Giulia e promuove l’accesso alla cultura per tutti con la Fondation Carla Bruni-Sarkozy. Ma la sua presenza di fascino e luce si spegne nella battaglia di Solferino che vede Hollande vincitore su Sarkozy nel maggio del 2012. Sospesa tra sinistra e destra, si confessa progressista ma si aggrappa a un pragmatico uomo dell’Ump; sbilanciata tra fragilità e megalomania, cavalca le infatuazioni irrazionali dei giornali e dei lettori che non perdono una puntata della sua favola. Una vita da fiaba che ha l’impianto del political-musical, che ama irriducibilmente la ribalta e che Carla rilancia con un nuovo disco (Little French Songs).

Il primo aprile del 2013 alla radio francese suonano undici canzoni scritte di suo pugno nel tempo di un mandato presidenziale. Undici canzoni uguali a quelle già ascoltate, con testi basici e accompagnamenti importanti per confondere la presuntuosa pochezza delle parole, troppo lontane dai versi di Boris Vian o Jacques Prévert che la nostra ama citare. Pieno di nulla e di guizzi insinuanti per chi ha voglia di impegnarsi tra le righe, l’album include due canzoni allusive di cui la Francia non smette di (s)parlare. Mon Raymond, nickname di Nicolas Sarkozy, e Le Pingouin, epiteto che qualifica con una stoccata François Hollande, seducono le Figaro, che dal boulevard Haussmann saluta e ‘mette in stampa’ il ritorno di Carla Bruni sulla scena parigina.

Alla presenza ‘discreta’ dell’ex premier, dentro un paio di pantaloni di pelle nera e una giacca rouge carmin, Carla ritrova la voce e la posizione dominante. Bravissima a giocare tra rigidità di etichetta e gioiosa libertà di ammicchi, l’ex première dame canta in un italiano plebeo la sua agiata infanzia francese (Dolce Francia) dedicando al paese elettivo un immortale passaggio (“Io ti amo e ti dedico ‘sto brano”) e provando a ritagliare per sé (e per il suo Raymond) un’altra bella parte nello spettacolo del reale. Così, mentre la Francia bipolare fa i conti con gli errori di Hollande e il rimpianto dell’amministrazione popolare di Sarkozy, i giornali francesi parlano soltanto o soprattutto di lei, magnifica ossessione e letale attrazione che va bene per sinistra e destra. Insomma “meno male che c’è Carla Bruni, se si parla di te il problema non c’è.” Aveva ragione Simone Cristicchi, siamo fatti così, sono fatti così, Sarkono, Sarkosì.