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Jorgelina Molina Planas, figlia della dittatura che con l’arte ritrova il passato

Figlia di due desaparecidos uccisi ai tempi della dittatura di Videla, adottata senza conoscere l'identità dei veri genitori, è stata ritrovata dalla nonna e salvata dal talento per la pittura. Ora in mostra a Roma

È il 5 agosto 1973 quando a Rosario, Santa Fe, nasce Jorgelina. Non porta il cognome del padre, Josè Maria Molina, che all’epoca è un dissidente clandestino e che un anno dopo verrà fucilato dai militari argentini.

Jorgelina rimane con la madre, Isabel Cristina Planas. Vivono in una casa in affitto a Lanùs, provincia di Buenos Aires, fino a quando il 15 marzo 1977 un gruppo di paramilitari irrompe nell’appartamento e porta via anche la donna.

Ancora oggi resta una delle 30mila persone che durante gli anni della dittatura militare sono scomparse nel nulla, chi prigioniero in centri di detenzione clandestini, chi imbarcato su un aereo e gettato nel Rio de la Plata o nell’Oceano Atlantico, i vuelo de la muerte.

Jorgelina, a tre anni e mezzo, è testimone del rapimento di sua madre. Ma quel che accade in seguito è forse ancora più crudele. Dopo alcuni mesi trascorsi in orfanotrofio, il tribunale decide di darla in adozione a una famiglia nuova senza cercare quella d’origine. E così l’11 ottobre 1977 Jorgelina è privata del suo passato, delle sue origini e del suo nome: da qual giorno diventa Carolina Maria Sala.

Ed è qui che la sua vita si intreccia con la storia più nota. Una storia in cui delle donne, madri, hanno deciso di protestare contro il destino sconosciuto dei propri figli e di andare ogni giovedì in una celebre piazza di Buenos Aires, sfidando il regime e riuscendo così a far conoscere all’opinione pubblica il dramma che stava avvenendo nel loro paese. Sono le madri di Plaza de Mayo.

Solo qualche anno dopo a questo movimento si è unito quelle delle abuela, le nonne, decise a identificare i tanti bambini nati durante gli anni della dittatura e poi dati in adozione alle famiglie di gerarchi o amici del regime. Fra queste c’è la nonna di Jorgelina che, dopo lunghe ricerche, riesce finalmente a trovarla.

I genitori adottivi però non permettono un incontro e tutte le lettere inviate dalla nonna le vengono nascoste. Solamente nel 1996, quando Jorgelina entra a far parte della Congregazione “Schiave del sacro Cuore di Gesù”, ritrova la sua vera famiglia.

La vita di questa donna, che oggi ha 40 anni, non è però solamente una storia di dolore. Insieme al dramma di una bambina cresciuta lontana dalle sue origini si fa strada in lei una passione: quella per l’arte.

È commossa, Jorgelina, davanti al video che ripercorre la sua vita e le sue opere, ma è lei stessa a lanciare un messaggio di speranza: «Porto qui la mia tragedia come testimonianza di un percorso positivo: nonostante tutto si può costruire creativamente una vita piena, un futuro e recuperare la propria identità». Fino al 20 dicembre le sue opere saranno esposte alla Casa della Memoria e della Storia di Roma.

L’identità Jorgelina la ritrova attraverso l’arte, che cresce e cambia insieme alle sue emozioni. Così, le sue prime incisioni, dove il colore non esiste e le mani rappresentate in bianco e nero sono sintomo del forte trauma, sono identiche a quelle realizzate dalla sua vera madre. Opere che lei non aveva mai visto e che le furono mostrate in seguito dalla nonna, impressionata dalla somiglianza con i lavori della figlia.

“Il buco nero del passato escludeva la possibilità del colore, poi lentamente Jorgelina ha rimontato la corrente verso quel momento che le aveva lacerato la vita. Poteva impazzire e invece si è lasciata andare alla creatività”, commenta Enrico Calamai, il diplomatico italiano che nel 1976 riuscì a mettere in salvo centinaia di oppositori politici rischiando la propria vita. “Ci è riuscita grazie all’imprinting dell’amore materno”.

Lo stesso imprinting si riconosce nella serie di cartoline scritte dalla madre mentre era in prigione, con frasi e disegni di una Bibbia di edizione popolare. Ignorando l’esistenza di questi lavori, Jorgelina dal convento aveva inviato alla nonna dei biglietti di Natale con parole e disegni estratti dalla stessa Bibbia.

Solo un caso, o forse il segno che questa donna, tornata al suo vero nome solamente nel 2010, ha conservato dentro di sé la memoria di sua madre e ha ritrovato le sue vere origini con l’arte, ma soprattutto attraverso il ricordo.