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La vita di Armida Miserere, una delle prime direttrici di carcere in Italia

Come il vento di Marco Simon Puccioni, passato all'ultimo Festival di Roma, vede Valeria Golino nei panni di una “macchina da galera”, come la Miserere si autodefiniva, immolata al servizio dello Stato

Valeria Golino e Armida Miserere. Una delle attrici più stimate del cinema italiano e una delle prime donne a dirigere un carcere in Italia. Due mondi paralleli che la vita ha voluto far convergere in due fondamentali occasioni. Se la prima risale al 2002, quando la Golino era ospite di un piccolo festival a Sulmona organizzato proprio nella casa di reclusione allora diretta dalla Miserere, la seconda riguarda il nostro presente, a dieci anni dalla tragica scomparsa di Armida.

È ancora il cinema ad unirle, e stavolta addirittura a sovrapporle grazie al corpo di Valeria, straordinaria protagonista di Come il vento, il film di Marco Simon Puccioni ispirato agli ultimi anni della dolorosa esistenza della Miserere. Trasfigurata sotto una capigliatura bionda e liscia, perennemente preda di una sigaretta accesa mentre trasloca da un carcere all’altro, Golino si offre come la mimesi della “fimmina abbestia” che arrivò a dirigere persino il pericoloso Ucciardone nel periodo della cattura di Giovanni Brusca.

A quel tempo la Miserere era già diventata una “macchina da galera”, rigida e sorda alle esigenze dell’anima che – è proprio lei a ricordarlo nei diari – “ormai non esisteva più”. La causa dell’inconsolabile dolore si originava nell’omicidio dell’adorato compagno, Umberto Mormile, avvenuto nel 1990. E non casualmente il film di Puccioni prende inizio proprio da quel momento, con breve retrogressione a spiegare la profondità della relazione che illuminava la coppia.

Gli anni a seguire, fino al 2003, quando Armida decise di suicidarsi ormai esaurita da troppa sofferenza, furono spesi dalla donna nel disperato tentativo di riemergere “dentro” alla vita, cercando (e ottenendo) anche di scoprire i mandanti dell’assassinio dell’amato. In una via crucis carceraria che la portò da Lodi a Pianosa, da Palermo a Sulmona, la Miserere si immolò al servizio dello Stato, arrivando a trovare negli orrori della reclusione il senso di cui rivestire ciò che restava della propria esistenza.

Film solido e accurato, Come il vento non sarebbe stato possibile senza l’interpretazione bigger than life di Valeria Golino. Ad ammetterlo è lo stesso regista, che ha convinto l’inizialmente reticente attrice “fino allo sfinimento”. Il motore è lei, struggente e complessa, dentro un corpo appesantito dalle contraddizioni. Non esente da alcuni difetti di sceneggiatura e di drammaturgia, la pellicola è calibrata sulla tensione del tragico finale, preparato nei minimi particolari.

“Me ne vado come il vento, perché vento sono stata”: sono le parole che chiudono la lettera di Armida a commiato dalla vita, e che Valeria ha desiderato leggere solo pochi minuti prima dal ciak che rappresentava quel momento. Presentato fuori concorso all’ottavo Festival di Roma, il nuovo film di Puccioni rappresenta una visione importante e “sensoriale” di una tragedia privata al femminile dentro a un universo delicato e di attuale emergenza come quello carcerario.