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Ritratto di Alda Merini: “È l’idea dell’amore che mi riempie”

La pazza della porta accanto di Antonietta De Lillo è una lunga conversazione con la poetessa di eros e thanatos. Che parla senza mezzi termini di uomini e donne, piacere e dolore, creatività e follia

Giugno 1995. Milano, zona dei Navigli. Alda Merini, poetessa allora sessantaquattrenne, accoglie in casa una regista napoletana di 35 anni, Antonietta De Lillo, che sta preparando su di lei il documentario Ogni sedia ha il suo rumore.

La casa è disordinata e sporca, la grande dame della poesia ha le unghie con lo smalto corroso, fuma a catena e parla, parla, parla. A mano a mano che si racconta, diventa bellissima.

Questa conversazione fiume, già confluita nel documentario del ’95, era rimasta nel cassetto di Antonietta De Lillo come un sogno mai dimenticato. Ora la regista ha recuperato i frammenti di quel discorso amoroso (perché con Alda Merini sempre di amore si parlava) e li ha rimessi insieme, alternandoli con immagini della Milano dei Navigli inframmezzate da squarci di nero, ne La pazza della porta accanto, appena visto al festival di Torino.

“I poeti sono inconoscibili”, esordisce Alda, vanificando in un istante la speranza di regista e spettatori di catturare questa falena così spesso attratta dalla fiamma. “Mi sarebbe piaciuto fare il curatore di anime, oppure l’imbalsamatore: qualcuno che stesse vicino alla morte”.

Merini è diventata la poetessa di eros e thanatos pubblicando opere meravigliose, da Paura di Dio a La Terra Santa, da Vuoto d’amore a Ipotenusa d’amore. E si è raccontata anche in prosa, come ne L’altra verità. Diario di una diversa, L’anima innamorata, o La pazza della porta accanto, appunto.

Il primo novembre del 2009 l’Alda se ne è andata, portata via dal tumore che, nella lunga conversazione con Antonietta De Lillo, invocava per sé. Il documentario ce la ricorda nelle sue contraddizioni, nel suo essere, più ancora che inconoscibile, incasellabile: amava le donne ma poteva essere ipercritica nei loro confronti.

“Non capisco i movimenti femministi di affrancamento dall’uomo”, dice, fra una sigaretta e l’altra. “La donna che vuole rompere tutti i canoni e diventare uomo a tutti i costi a me sovverte la vita”. Lungi da lei però pensare alle donne come confinabili ai sentimenti: “La donna non è tutta amore”, dice, “è mente, soprattutto mente. È simbolo di tante cose: di attività frenetica, di creazione”.

Alda Merini era nata nel 1931. La sua vita è stata piena di amore: almeno tre le relazioni note, “con Spagnoletti, Manganelli e Quasimodo”, molte quelle meno note. E racconta come ognuno di loro “era la casa, il confine”.

“È l’idea dell’amore che mi riempie. Non sono il poeta dell’infelicità, ma del sospiro amoroso”, dice nel documentario. Ma rivendica anche la sua natura epicurea (“Vivo il presente, piacere per piacere”), contraltare ad una vita di grandissime sofferenze anche psichiche, che le hanno fruttato (si fa per dire) numerosi ricoveri in manicomio.

Il suo era essenzialmente un anelito di libertà. Di qui il suo “vivi e lascia vivere”, praticato senza ipocrisie, di qui il suo dire: “È giusto che la donna sia se stessa, ma anche che l’uomo sia se stesso”. Di qui la sua immensa sofferenza nel ritrovarsi confinata in un ospedale psichiatrico di quelli in cui “certe volte ci si salva non ribellandosi” – e qui la donna, dice Alda, ha “un privilegio in più, perché riesce ad autodisciplinarsi”.

Negli occhi verdi di questa donna anziana ma insopprimibilmente vitale, nelle sue parole precise, ognuna delle quali aveva per lei un valore, passava un mondo per lei sempre presente. Soprattutto il dolore della perdita delle figlie, sottratte alla madre durante i ricoveri. Davanti a quel ricordo lo sguardo di Alda scompare brevemente dietro alle mani dalle unghie sbeccate.

Poi ricompare, fiero: “Perché la mia casa è in disordine? Forse perché non ci sono figli. Non c’è un commensale a tavola”. E in quella parola, desueta e immensamente evocativa, c’è il tocco poetico di Alda Merini, pronto a spalancare voragini di senso e a lasciarci tutti lì, sull’orlo del baratro.