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Serena Dandini: “Il teatro è una provocazione per arrivare a stomaco e cuore”

Con lo spettacolo Ferite a morte l'autrice e conduttrice dà voce alle vittime del femminicidio e partecipa alla Giornata internazionale contro la violenza alle donne su invito di UN Women e della Missione italiana all’Onu 

“Sono contraria alle ricorrenze ma questa data è importante”. Serena Dandini parla di oggi, giornata mondiale contro il femminicidio, proclamata dall’Onu nel 1999.  Importante non solo per “invadere i media e aprire la questione, ma perché c’è a monte una rete internazionale di donne molto diverse che si sono unite per contrastare qualcosa che rende uguali tutti i paesi”.

Un terzo della popolazione femminile mondiale subisce violenza fisica o sessuale, e in molti casi per mano di un partner. “È un problema che ci riguarda tutti – continua Dandini durante la presentazione della tournée internazionale del suo spettacolo Ferite a morte, presso la sala monumentale della Presidenza del Consiglio – e disconoscerlo sarebbe quasi una connivenza”.

Le protagoniste dei suoi monologhi infatti (scritti con la collaborazione di Maura Misiti, demografa e ricercatrice del Cnr) sono donne diverse e apparentemente lontane, eppure sono morte tutte per mano di un uomo.

Sono donne diverse per cultura, nazionalità, età e stile di vita a cui ho dato voce  ispirandomi a fatti di cronaca recente e passata, al punto che “ogni riferimento non è affatto casuale”. Donne che ci parlano da una Spoon River immaginaria portata in scena con la complicità di molte attrici, giornaliste, parlamentari, esponenti della società civile.

Il teatro può concretamente essere di aiuto?

Il teatro è una provocazione per arrivare allo stomaco e al cuore della gente. E questi monologhi sono fortissimi, duri, feroci, ma a volte fanno anche sorridere.

So che è un progetto che arriva da lontano.

Già ai tempi della Tv delle ragazze conducevamo una battaglia contro gli stereotipi di genere. Prendevamo in giro il finto Mulino bianco, e parliamo di venticinque anni fa. Ma oggi ci ritroviamo a doverne parlare ancora. Purtroppo.

Il suo spettacolo ha debuttato a Palermo il 24 novembre 2012, alla vigilia della giornata mondiale contro il femminicidio, e poi ha toccato molte città. In Italia, con quindici eventi sold out e ora oltreconfine: vi aspettavate questa risposta?

Ci aspettavamo una risposta anche a livello istituzionale, ma non pensavamo di arrivare fin qui. Ora debuttiamo con una versione in inglese, Wounded to Death, e un cast internazionale che varia di città in città.

Qualche anticipazione?

Dopo la prima tappa di Washington, martedì 19 novembre, nell’ambito del summit delle 34 ministre per le Pari Opportunità dei Paesi membri del CIM (Inter Commission of  Women), coinvolte in prima persona nello spettacolo, l’appuntamento è a New York il 25 novembre, nella sede delle Nazioni Unite, poi a Bruxelles il 28 novembre con la versione francese Blessées à Mort e quindi a Londra, il 3 dicembre.

L’appuntamento newyorkese coincide proprio con la giornata mondiale delle celebrazioni.

Lo spettacolo è inserito nell’evento ufficiale UN Women su invito della Missione Italiana al Palazzo di Vetro. Sarà anche l’occasione per fare un bilancio degli sforzi messi in campo, sia in Italia sia negli Stati Uniti.

Chi si vedrà in scena?

Accanto alle nostre Valeria Golino e Maria Grazia Cucinotta e a Rosy Canale, l’imprenditrice calabrese che si è ribellata alla ‘ndrangheta, ci saranno Nan Goldin, fotografa americana celebre per i suoi autoritratti sulla violenza, Marina Abramovic, Abigail Disney (regista della dinastia che ha per capostipite Walt), le attrici Maureen Van Zandt, Nona Hendryx, Monique Coleman, l’architetto Angela Della Costanza Turner e la scrittrice Giovanna Calvino.

Quando avete debuttato vi auguravate che l’Italia sottoscrivesse al più presto la convenzione di Istanbul, letteralmente convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, dell’11 aprile 2011. A ratifica avvenuta – è del giugno scorso l’unanime approvazione di Camera e Senato – cosa dobbiamo augurarci?

Attendiamo le ratifiche degli altri stati, necessarie perché la convenzione diventi    vincolante, ma è importantissimo mettere a punto un sistema di conoscenze e monitoraggio relativo agli ambiti in cui la violenza si genera. Gli studi più recenti dimostrano che esiste una relazione matematica tra le donne che hanno subito violenza da bambine e la loro disposizione a subire violenza anche da adulte.

Ormai si sente parlare di femminicidio in termini di costi sociali: cinismo o realtà?

Considerare il femminicidio in termini di costi sociali è fondamentale, anche perché ci sono sempre altre persone indirettamente coinvolte, che devono essere tutelate. Pensiamo ai figli superstiti alla morte della madre che hanno il padre in prigione. È  necessario che si allarghi politicamente il discorso. E la prevenzione costa meno.

La scuola può fare qualcosa? 

Può fare molto. Anzi, bisogna partire proprio da lì: da un lavoro preparatorio di educazione ai sentimenti e al rispetto di genere, che non è diverso dal contrastare  fenomeni come il bullismo e l’omofobia. Il problema è lo stesso, occorre una rivoluzione culturale.