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Sofia Coppola: “I social media? Grazie, preferisco il contatto umano”

La regista, figlia di Francis "Ford" Coppola, parla del suo film The bling ring e di come Twitter e Facebook abbiano un impatto sulla vita degli adolescenti non sempre encomiabile, in termini di rapporto con la realtà

Al suo quinto film da regista, Sofia Coppola ha raccontato l’impatto che i social media hanno sulla cultura giovanile: il suo The bling ring, che ha inaugurato la sezione Un certain regard del festival di Cannes, narra le vicende (reali) di un gruppo di adolescenti intenti a rubare nelle case dei vip e a pubblicare su Facebook le foto delle loro imprese. “Chi si rappresenta attraverso Facebook e Twitter pensa ai suoi amici o ai suoi follower come un’audience e a se stesso come una celebrità” dice oggi Sofia. “E ha l’illusione che i gradi di separazione fra sé e le vere star siano azzerati”.

Lei non è né su Twitter né su Facebook. Perché?

Perché non voglio far entrare dei perfetti sconosciuti nella mia privacy, e non ci tengo a rivelare loro le mie opinioni personali. Sono anche convinta che se condividessi sui social il mio punto di vista sul mondo gli spettatori ne sarebbero condizionati quando vanno a vedere un mio film.

Ha paura del momento in cui le sue figlie, che oggi hanno 3 e 7 anni, vorranno aprire la loro pagina Facebook?

Paura no, spero però che sceglieranno sempre di avere a che fare con la realtà vera piuttosto che con la realtà virtuale.

Sui social media vige una certa tendenza all’autocelebrazione…

Io parlerei soprattutto di autopromozione. È un imperativo a reclamizzare continuamente se stessi, come un bene di consumo. Faccio fatica a capirlo, infatti io non sono stata nemmeno capace di usare Twitter per promuovere il mio film. La casa di produzione si è limitata a pubblicare qualche foto su Instagram e un paio di trailer su Youtube.

Lo sa che durante la proiezione di The bling ring a Cannes c’era chi lo commentava su Twitter in tempo reale?

Meno male, almeno qualcuno l’ha usato come si deve per aiutare il film!

I social media stanno entrando a far parte del linguaggio cinematografico?

Non necessariamente. Nel caso di The bling ring, la forma doveva aderire al contenuto. Per questo ci sono inquadrature girate con la web camera, primi piani delle schermate di Facebook e foto scattate con il cellulare.

Per chi guarda, è un effetto matrioska: immagini all’interno di altre immagini, in un sistema di cornici concentriche.

Io la vedo più come una contaminazione funzionale allo stile narrativo adatta esclusivamente a questa storia. Le immagini, su diversi supporti e rubate a diversi media, sono usate per potenziarsi a vicenda.

Anche i suoi personaggi usano i social media per dare maggiore eco alle loro “gesta”. Non ha paura che il suo film faccia da cassa di risonanza a questo tipo di bravate?

No, perché nel film non c’è la glorificazione dei protagonisti. Su questo il mio punto di vista è chiaro: non sono eroi, e non sono destinati alla gloria. Mi rendo conto che rappresentarli nella giusta luce è una questione di responsabilità.

Crede che quei ragazzi avrebbero potuto fare ciò che hanno fatto in un’altra epoca?

Io credo che siano figli del nostro tempo, non tanto per l’idea di rubare in casa d’altri, ma per quella di sentirsi in qualche modo autorizzati a farlo, a causa di un malinteso senso di contiguità fra se stessi e le star che derubano.

In che modo i social media influenzano la vita degli adolescenti?

Secondo me li privano del piacere del contatto umano. Da un lato la continua condivisione di informazioni personali crea l’illusione di un abbattimento dei confini fra persone che neanche si conoscono, dall’altro i ragazzi non si parlano più direttamente ma solo attraverso il filtro di Facebook o Twitter. E non sono più capaci di vivere l’immediatezza dell’esperienza concreta: se vanno ad un concerto, passano il tempo a filmarlo con lo smartphone. Poi magari se lo riguardano a casa, condividendolo via web. Per loro conta meno l’esperienza diretta che la condivisione mediatica.

Crede che i nuovi media cambieranno anche il cinema?

Finora non ci sono riusciti, anzi, il cinema ne ha evidenziato i limiti. Il vero passo avanti sarà quando le tecnologie si tradurranno in nuovi format di espressione artistica, non limitandosi a contribuire al cinema così come lo conosciamo.

Vale anche per lei?

The bling ring è il mio primo film girato interamente in digitale, ma solo perché era il supporto più adatto alla storia che dovevo raccontare. Personalmente, continuo a preferire la pellicola. Sono una romantica, e la pellicola ha il valore aggiunto della nostalgia.