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Un caffè con Pif: “Su Twitter scrivo quello che non posso dire in tv”

Il conduttore de Il testimone, nonché neoregista de La mafia uccide solo d'estate, parla del suo utilizzo dei social media come fonte di sfogo, strumento di autopromozione e commentario comico sul mondo

Il palermitano Piefrancesco Diliberto, in arte Pif, è autore e conduttore televisivo (Il testimone, su Mtv), è stato una delle Iene e oggi è anche regista: il suo film, La mafia uccide solo d’estate, parteciperà in concorso al Torino film festival e uscirà in sala il 28 novembre.

Ma Pif è anche un fenomeno Internet, con oltre 115mila follower sull’account ufficiale @pif_iltestimone e 184mila “mi piace” sulla sua pagina Facebook. E la sua popolarità è stata confermata dalla sua apparizione alla Leopolda, dove ha ricevuto un’ovazione per il suo discorso contro la connivenza fra mafia e politica. Inutile dire che il suo intervento ha fatto il giro dei social e che il video ha avuto migliaia di visualizzazioni su Youtube.

Ci siamo presi un caffè al volo con Pif per farci raccontare qualcosa sul suo utilizzo dei social media come strumento di comunicazione.

Che uso fa di Twitter?

Non sono di quelli che dicono buongiorno, oggi è una bella giornata, o guardate che bel sole. Tendenzialmente lo uso per comunicare quello che faccio, quando va in onda qualcosa di mio o quando andrò da qualche parte a parlare. Solo che lo faccio sempre troppo tardi: “Fra cinque minuti mi esibisco a Bolzano”, twitto, e la gente giustamente dice vabbè, potevi dirmelo prima, magari ci venivo pure.

Usa mai i social per commentare frasi degli altri utenti o notizie?

Ogni tanto, quando mi gira. Per esempio ho girato un video che ho postato su Facebook su Dario Fo dopo che mi ha chiesto il voto a Milano: io gliel’avevo dato con fiducia, e dopo un mese lui si è accorto che non aveva tempo per fare politica.

Dunque i suoi interventi su Facebook sono più sfoghi personali?

Quando ci sono cose che mi fanno veramente incazzare e che non ho modo di dire in televisione, le scrivo sui social. Ad esempio ho letto che il presidente dell’Asl, l’assemblea regione siciliana, è andato in pensione a 57 anni con uno stipendio da 13mila euro e una buonuscita da un milione e mezzo. Noi stiamo lavorando per pagare la pensione a questo tizio! Io voglio seriamente fare un referendum per levare l’autonomia siciliana alla Sicilia, perché noi siciliani non siamo stati in grado di usarla come si deve. Ma non servirà a nulla perché alla fine Facebook è, appunto, uno sfogo. E Twitter è un riassunto, fatto con molto sacrificio, di quello che hai detto più liberamente su Facebook.

Come usa gli hashtag?

Ho chiesto alla mia fidanzata (la giornalista Giulia Innocenzi, ndr) almeno 20 volte a che cosa serve l’hashtag e continuo a dimenticarmelo. Questo vuol dire che ormai sono tagliato fuori. Già pronunciarlo mi riesce difficile… Ma a cosa serve, me lo dica lei?

Dovrebbe essere l’argomento di cui si parla…

E invece vedo che la gente lo usa come commento comico. È un utilizzo creativo, ma improprio. E poi chi decide qual è l’hashtag ufficiale per un determinato argomento?

È una questione di popolarità, credo.

Come i social, infatti. Non conta se dici cose intelligenti, ma quanto sei popolare.