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Quest’anno a X Factor tocca a Viò (ma io continuo a tifare Valentina)

La vincitrice annunciata è Violetta Zironi, che è brava, bravissima. Ma la vittoria se la meriterebbe la ventenne modenese che, come spesso accade alle donne, deve continuamente dimostrare di essere all’altezza, nel paese dell’ukulele facile

Tocca a Viò, non ci sono santi. Lo abbiamo chiaro noi che, nonostante tutto, si tifa per la Vale e che sappiamo che non sarà il migliore, la migliore, a vincere. Proprio come accadde a Nicole, che sembrava destinata, e invece finì con la Michielin e Antonella. Stavolta Viò è come la Michielin, Antonella come Gaia Galizia e Valentina, la più brava, la più talentuosa, come Nicole, e come Nicole non vincerà.

Una donna, tocca ancora a una donna. Leva quei tre con Pino Scotto, sembrano i Vanadium. Leva quella specie di Garbo stralunato. Restano loro tre, più voci, più personaggi, più stile. Certo, Morgan aveva in più di Mika quella capacità maieutica, performativa, i suoi cantanti sono mutanti, piegati a un disegno supremo che mira alla self-awareness, ad una piena consapevolezza di sé, come se le puntate di X Factor disegnassero un cammino iniziatico, un percorso di rischiaramento, un risveglio orfico.

Di questo avrebbe bisogno Valentina Tioli, una che ama l’ukulele anche lei, ma nessuno se ne accorge perché stanno tutti lì a pendere dall’ukulele di Viò (e la battutazza di Morgan sulla chitarrina della ragazza è epifanica dell’esito della gara). Non perché ci siano pastette o inciuci, ma perché è chiaro quest’anno, come era cristallino l’anno scorso con Chiara, che toccherà a Viò, a Violetta (che poi ditemi voi come si fa ad accettare di cambiarsi nome per non confondersi con la ninfetta Disney, lo sai che vinci tu, rifiutati, che quelli che danno i nomi a X Factor hanno uno speciale talento, azzeccarne uno no, eh?).

Viò con quell’aria da Lana del Rey, svogliata, assorta, di chi ne ha viste – che tu ti dici: ma quando le ha viste? che è pischella. Viò ha la voce scheggiata che piace ai discografici italiani, ha presenza e fascino una punta torbido e suona l’ukulele. Si rassegni Valentina, per la quale si tiferà fino all’ultimo (#teamVale), fino al momento già scritto in cui la più brava, quella che il plot farà passare per la favorita, verrà eliminata all’ultima curva. Destino delle secchione come lei, che devono dimostrare, come spesso accade alle donne, di essere all’altezza di se stesse, e più sono brave più devono essere all’altezza, in una vertigine che si consuma come un ouroboro.

La Vale non ciondola, si annoda come il tessuto, morbido, della sua voce. Dicono: troppo Jessie J, liberati di questo modello, quasi un calco. Ma la versatilità del suo timbro, i registri che cambiano durante un fraseggio, ce li ha solo lei. Peccato per Mika, che accetta che la concino come Mazinga, lei che avrebbe bisogno, invece, di sciogliersi, di districarsi come Alunageorge, tutta braccia. Padronanza piena, dovrebbe perdersi, togliersi le impalcature cui la costringono, come a zavorrarle il talento, sempre più difficile. Allargare quel sorriso ossuto, più moderna di Viò (che pure, merita, sia chiaro). Ma alla fine questo pagherà, la Vale, questa bravura, questa virtù, colpa imperdonabile nel paese dell’ukulele facile.