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Se le più brave sono le femmine, come mai la carriera la fanno i maschi?

Perché le vincitrici delle passate edizioni finiscono per fare brutte pubblicità o giudicare altri talent show? E perché la loro vittoria non si trasforma necessariamente in successo, come per Marco Mengoni?

Esiste qualcosa di paragonabile al soffitto di cristallo per le concorrenti di X Factor, quella soglia invisibile ma potentissima che impedisce alle donne di arrivare dove meriterebbero? Esattamente come all’università, dove le studentesse sono le più preparate, ma i presidi di facoltà sono tutti maschi, perché a X Factor le concorrenti più brave sono sempre le femmine e poi la carriera la fanno i maschi?

I fatti parlano chiaro: tra i vincitori delle sei passate edizioni – la settima è quella in corso e merita un discorso a parte – c’è un nome che spicca clamorosamente su tutti gli altri per talento, carriera, prestigio internazionale, vendite, tutto insomma. Si tratta di Marco Mengoni. Vincitore della terza edizione, quest’anno ha trionfato anche al Festival di Sanremo.

Un gigante. Uno di quei talenti che nascono raramente, è vero, ma anche uno intelligente abbastanza – o fortunato, chissà – da essersi circondato delle persone giuste, aver scelto progetti, collaborazioni, palcoscenici che gli stanno a pennello e che esaltano la sua bravura. Un caso unico, destinato a durare nel tempo. Come lui, nessuno.

Di sei edizioni passate di X Factor, la demografica dei vincitori è così suddivisa: un gruppo, gli Aram Quartet. Due uomini: Mengoni e, nella seconda edizione, Matteo Becucci. Tre donne: Nathalie (quarta), Francesca Michielin (quinta), Chiara Galiazzo (sesta e ultima edizione). A loro va aggiunta Giusy Ferreri, arrivata seconda nella prima edizione, quella vinta dagli Aram Quartet, capace di vendere più di un milione di copie con i tre album pubblicati. Di lei non si hanno più notizie dal 2011.

Delle altre sì, ma forse sarebbe meglio non averle. A parte la Michielin, la cui vita fuori da X Factor può giustamente dirsi dotata di carriera, il resto è un disastro. Persino Noemi, dopo due Festival di Sanremo e complimenti da tutti, sembra già in fase discendente, giudice a The Voice e professionista delle ospitate nei dischi e nei programmi degli altri.

Anche se il caso più clamoroso e doloroso è quello di Chiara Galiazzo: quella che doveva essere la versione nostrana di Florence and The Machine finita a fare la pubblicità della Tim vestita con un poncho, spinta da chissà chi in un buco nero dal quale rialzarsi non sarà facile. Perché? Era così difficile gestire una come Chiara? Troppo poco sexy per farle fare la popstar? Meglio le Donatella? Tranquilli, sono sparite anche loro, come tutte le altre. Possibile che fossero tutte senza personalità? O semplicemente non si sapeva dove metterle, essendo la casella rock già riempita da una come Emma?

E veniamo all’edizione di quest’anno, la settima, fin qui clamorosamente dominata dalle femmine under 24: Valentina, Gaia, Viò. A quest’ultima è stata già appiccicata l’etichetta di vincitrice senza se e senza ma. Posto che sarà così, perché così in effetti è gusto che sia, vista la superiorità della nostra in termini di voce, personalità, presenza scenica, tutto, ecco, posto e assodato che Viò sarà la vincitrice della settima edizione di X Factor, poi? Che ne sarà di lei?

Non è che ce la ritroviamo a fare la pubblicità delle cucine? Si può gentilmente chiedere a chi si prenderà cura di Viò di indirizzarla un po’ meglio della povera Chiara? Certo, male che vada ci si può sempre consolare pensando a Ics, il fenomeno dell’anno scorso, finito a fare la pubblicità delle salsicce. Un cielo di wurstel, altro che cristallo.