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Le quattro assassine “colpevoli-innocenti” di Grazia Verasani

Nel testo teatrale From Medea un gruppetto di carcerate sconta la pena più dura per l'infanticidio: il rimorso, per sempre

“Mi sforzo di essere come quei personaggi dei romanzi di cui dicono “è forte e affronta la sua pena con dignità”. Ma è tutta una finta, perché nella vita non succede così”. Quella di Vincenza, casalinga devota a una numerosa famiglia di uomini, è la pena più atroce: il suo infanticidio viene scontato fino al suicidio, in cella, dove sarà trovata appesa ad un cappio dalle malaugurate compagne di sorte.

Ma prima ha scritto ai suoi figli l’ultima lettera chiamandoli amori perché “non si può vivere senza chiamare amore qualcuno”. E raccomandandoli a Dio si congeda dicendo che “non sempre dipende da noi”.

È una delle ultime scene di From Medea di Grazia Verasani (Sironi editore), un testo divenuto celebre anche grazie al film diretto da Fabrizio Cattani, Maternity blues, e a numerosi allestimenti teatrali in Italia e all’estero, fra cui quello diretto e cointerpretato da Elena Arvigo, in programma al Teatro Belli di Roma a febbraio 2014.

Ma leggere e rileggere il libro della Verasani, una pièce suddivisa in trenta brevissime scene che sembrano illuminate e sezionate da un laser, è come trovarsi a fare i conti con un vertiginoso classico della contemporaneità. È probabile che l’autrice si sia ispirata alla cronaca operando tuttavia un distanziamento funzionale all’elaborazione drammatica, ma non è questo il punto.

Perché quello che emerge innanzitutto è l’intreccio di questioni sociali, culturali, ambientali prima ancora che psicologiche, come se si cercasse di rintracciare al di là del delitto e del suo autore effettivo il vero colpevole, il mandante oscuro che nella madre ha trovato l’ultimo e definitivo capro espiatorio.

Marga ha visto gatte più materne di lei ma sua madre le diceva “ti verrà naturale appena vedrai tuo figlio”. Rina coltiva il sogno di un amore impossibile con un tardoadolescente che si è invaghito di lei vedendola in tv, ma è solo per collezionare ricordi diversi, visto che con quelli che ha non ce la fa a sopravvivere. Eloisa aveva un padre che la prendeva a baci e ceffoni così “su una guancia avevo l’impronta delle sue cinque dita e sull’altra un po’ di saliva”. Vincenza invece si è trovata ad allevare tre figli da sola “con un uomo che vedi solo la sera quando ti entra nel letto e tu sei troppo stanca e preghi Dio che non ti metta incinta un’altra volta”.

Sono loro le quattro protagoniste di From Medea, le quattro assassine “colpevoli innocenti” – come le chiama l’autrice – con “una tempesta dentro, che non esce mai”. Loro che ci interpellano senza volerlo, dalle mura della cella di un carcere psichiatrico dove si spartiscono una cattività senza tregua che si consuma intorno a quattro brande. Senza farci domande ma semplicemente parlando tra loro, litigando, prendendosi in giro, custodendo o estorcendo confidenze e dolori.

E mentre si lasciano vivere con benedetta indolenza perché “una volta che hai deciso di vivere sopporti qualunque cosa”, tra feticci, peluche, fotografie dei figli e canzoni d’amore di Lucio Battisti, noi che siamo fuori facciamoci invece qualche domanda: chi sono e dove sono gli altri colpevoli? Sono ancora in azione gli inconsapevoli mandanti? È giusto scontare una pena leggendo la propria colpa nel volto dell’altra? L’istinto materno è condizione necessaria di femminilità o è semplicemente un corollario possibile?

E ancora: quali sono gli effetti dell’invasiva presenza mediatica in un sano processo di riabilitazione? Qual è il confine tra informazione e strumentalizzazione a suon di plastici, talk show e servizi speciali? E infine chiediamoci se è davvero tutto spiegabile, collocabile in un rapporto di causalità necessaria, se le categorie illuministiche che fondano e regolano la moderna psicanalisi siano davvero sufficienti a spiegare la follia, il raptus, il male di vivere.

“Mentre tagliavo le arance per fare una spremuta per la vitamina C, c’è stato un black out”, ricorda Vincenza. “Come quando riempi d’acqua la vasca per farti il bagno e sei sovrappensiero e l’acqua esce fuori e allaga tutta la casa. Ma dov’ero io, la vera me, e quella degli altri, in quel momento?”