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Medeas: quando l’infanticida è un padre di famiglia

Il film di Andrea Pallaoro è la cronaca di un atto indicibile commesso da un uomo reso pazzo dal negarsi dell’amata

Opera prima di Andrea Pallaoro in concorso all’ultima Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti, Medeas è soprattutto un’esperienza percettiva costruita sui movimenti delle e nelle immagini. Movimenti che colmano la distanza e saturano i vuoti fra Ennis e Christina, coniugi e genitori nella campagna rurale americana. Movimenti, ancora, che cercano la via di fuga tra i fili d’erba, tra i rami degli alberi, dietro il vetro di una finestra, davanti a uno specchio come i cinque figli di Ennis e Christina, trattenuti dentro una fotografia e nell’apparente armonia del prologo. Uno scatto ideale “sviluppato” prima dei titoli e del titolo che dice subito, e dice prima, di un “figlicidio”.

Perché Medeas è la cronaca crudele di un atto indicibile commesso da un feroce esecutore, reso pazzo dal negarsi dell’amata. Pallaoro, regista italiano che vive e lavora negli States, declina al maschile la tragedia di Euripide e il mito di Medea, che consuma l’uccisione violenta dei propri figli per soddisfare un proposito di vendetta nei confronti del compagno. Al regista non interessa sentenziare sui suoi personaggi quanto “tenerli” insieme dentro traiettorie che confluiranno nella riproduzione del modello mitico e dentro a un paesaggio sconfinato e abbagliante.

La sospensione (del giudizio), che trova corrispondenza in una torpida e drammatica spirale, non impedisce il ragionamento sul figlicidio paterno, fenomeno tristemente in crescita. La regia di Pallaoro recide la linearità narrativa in direzione dell’inimmaginabile e rianima la penosa questione, scommettendo sulla possibilità di un altro modo di vederla e di vedere.

Il mito più noto della cultura occidentale, quello biblico di Abramo pronto a sacrificare il proprio figlio quale prova di devozione religiosa e di fede, ci parla di padri devoti dentro un contesto religioso ufficiale. Diversamente il comportamento delle madri figlicide viene ricondotto a Medea e a una condizione che non ha nulla di rituale ma evidenzia un atto scellerato mosso da gelosia e desiderio di rivalsa.

Se il sacrificio sofferto di Abramo non viene portato a termine e fonda all’opposto il rifiuto del sacrificio umano, il gesto di Medea risponde a una ferocia primitiva. Medea, incompatibile con la dimensione sacrificale e obbediente che “giustifica” nei padri l’ingiustificabile, è definita secondo canoni di devianza. Devianza rispetto alla norma.

Pallaoro decide altrimenti mettendo in scena un padre “eccessivo” senza rete e giustificazioni che rivendica orribilmente un diritto di proprietà assoluto (di vita e di morte) sulla propria prole. Il padre afflitto di Brían F. O’Byrne, separato dalla verità e scisso dalla moglie che vuole solo punire, non agisce in nome di una necessità, in genere quella del bene pubblico o di un’imposizione divina.

Fuori da qualunque rituale istituzionalizzato, il protagonista di Medeas compie un atto di superbia esibendo soltanto un maschile fragile, che uccide senza che il mondo intorno finisca con la sua vita e il suo esecrabile narcisismo. Prisma di vita americana rurale, Medeas è una tragedia che contempla il mito e si fa cronaca riferendo di un “sacrificio” fine a se stesso e fuori da qualsiasi cornice simbolica. Al centro un padre, soffocato da un biblismo patriarcale evidente, che estromette la madre e uccide come Medea.