Cultura e spettacoli
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Maria Paiato: “La mia eroina tragica, furia cieca e sorda”

L'attrice veneta incarna la Medea di Seneca agganciandosi all'attualità, dalle Torri gemelle a Guantanamo

Il furore e l’emarginazione. Sono questi i tratti della Medea di Seneca che vede Maria Paiato protagonista, per la quarta volta diretta da Pierpaolo Sepe. Lo spettacolo, che ha debuttato al Piccolo Teatro di Milano il 17 ottobre e sarà in tournée fino a maggio, è per la coppia Paiato-Sepe un’ulteriore occasione per fare i conti con un personaggio estremo, assoluto, che arriva dopo l’Erodiade di Giovanni Testori e Anna Cappelli di Annibale Ruccello.
“I testi scelti da Pierpaolo”,ci dice la Paiato durante una pausa dalle prove, “hanno sempre trovato la mia immediata adesione e mi convince sempre il suo modo di usare le mie corde e le mie qualità di attrice”.

Entrando nel merito, cosa ci anticipi di questa Medea?

È un’esperienza faticosissima. Il teatro di Seneca è molto difficile da mettere in scena perché la sua scrittura  – potentissima – è teatralmente difettosa. Non è un testo fatto per essere rappresentato ma “detto” davanti a un leggio, con i mimi che illustrano l’azione, come probabilmente accadeva nell’antichità. Ma noi oggi abbiamo bisogno di agire, il nostro tempo è più veloce, ritmato, cadenzato e quello di Seneca suona come un teatro letterario, fatto di fiumi di parole e lunghissimi elenchi di divinità. Per questo abbiamo operato dei tagli e la traduzione e l’adattamento di Francesca Manieri cercano espressamente di avvicinarsi al pubblico che non conosce quel mondo.

Dunque una sfida: a proposito, come avete risolto l’uccisione dei figli che Seneca, a differenza di Euripide, prevede avvenga in scena, a vista?

È stata risolta in modo non realistico, con una virata, un colpo di scena che ha tradotto i due figli in un altro tipo di immagine. I bambini non sono presenti ma vengono evocati attraverso disegni fatti da me col sangue nel momento dello spettacolo in cui Medea si rivolge ai figli.

Medea è furibonda ed emarginata: c’è una caratteristica che prevale sull’altra e che in qualche modo ne è causa?

Questa Medea è preda di un furore assoluto che la rende cieca e sorda a qualunque richiamo della ragione. E di fronte a questa ira furibonda anche la sua emarginazione non può che peggiorare. La sua spietatezza è irrefrenabile e la sua ira inutile e portatrice di danni.

Nelle note di regia Sepe parla di una “furia senza meta e senza esito, che una volta innescata esige di infrangere le sacrosante leggi dell’universo”. Quanto è contemporanea questa lettura?

In un’apparente collocazione storica si intuisce una contemporaneità molto forte. Si vuole rappresentare l’inconciliabilità tra due culture incapaci di integrarsi: quella occidentale, dominante e per certi versi intollerante, e quella mediorientale, schiacciata, abusata, che reagisce con il furore, appunto. Dando sfogo a umori che rendono impossibile la ragionevolezza e che provocano il massacro come unica conseguenza.

Ci sono riferimenti precisi e diretti alla contemporaneità?

Sì, perché Francesca Manieri ha introdotto nel testo, per esempio, alcune poesie dei prigionieri di Guantanamo. E poi c’è una battuta, piccola ma carica di significato e fortemente evocativa, introdotta nel momento in cui si sta commentando l’incendio della reggia di Creonte: “È crollato il primo edificio”, e il riferimento alle Torri gemelle è immediato.

Una domanda personale: la tua dichiarata fede buddista ti ha influenzato in questo lavoro?

Il mio rapporto con il lavoro è libero da qualunque condizionamento, mi metto sempre a totale disposizione del regista e dello spettacolo. D’altra parte l’atto dimostrativo che ci arriva da Seneca, e cioè che l’ira non produca mai nulla di buono, come potrebbe non essere condiviso?