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Léa Seydoux: il coraggio di non piacere a tutti. O a tutti i costi

L'attrice protagonista di La vita di Adele è al centro di una polemica con il regista Abdellatif Kechiche. Nipote d'arte del cinema francese, ha però un talento originale

È nipote e bisnipote d’arte: suo nonno è Jérome Seydoux, presidente del colosso della produzione cinematografica Pathè, suo bisononno Nicolas era a capo dell’ancor più colossale Gaumont. Ma il talento è, innegabilmente, tutto suo. E la specialità di Léa Seydoux, 28 anni compiuti il primo luglio, sono i personaggi scomodi, preferibilmente antipatici, dall’infermiera di facili costumi di Lourdes alla capricciosa regina Isabella di Robin Hood, dalla cattiva di Mission:Impossible-Ghost Protocol alla “sorella” irresponsabile e anaffettiva di Sister. Certo, ogni tanto Lèa recita anche qualche ruolo positivo, come la libraia gentile di Midnight in Paris o Sidonie Laborde, la dama di corte di Maria Antonietta in Addio mia regina.

Ma per lo più la Seydoux aderisce alla scuola di pensiero della sua connazionale Isabelle Huppert, secondo cui un’attrice non deve piacere a tutti i costi, ma esprimere la complessità dell’animo umano, soprattutto femminile. E Lèa, che è anche modella e ballerina, a riprova della sua versatilità è apparsa in un sensualissimo corto, Time doesn’t stand still, danzando con la star del New York City Ballet Benjamin Millepied, o negli spassosi spot realizzati da Wes Anderson e Roman Coppola per Prada dove è l’oggetto del desiderio fra due uomini, in una clamorosa presa in giro del cinema francese.

Still from Blue is the Warmest Colour
Un’immagine tratta dal film La vita di Adele

Léa usa il suo corpo con grande libertà e disinvoltura, facendone uno strumento di comunicazione potente: è morbida, burrosa, ma all’occorrenza tira fuori spigoli inattesi. Si muove con eleganza ma anche, se serve al personaggio, con incedere volgare e strafottente. In intervista è, alternativamente, tenerissima e insopportabile, sfugge all’interlocutore che cerca di imbrigliarla in una definizione giornalistica, risponde “non so” con una vaghezza che sembra mancanza di idee (se non addirittura di cervello).

Ma le sue scelte cinematografiche e la qualità delle sue interpretazioni dimostrano che di cervello Léa ne ha da vendere, e che della venditrice (della sua immagine) ha la stoffa. Anche la recente polemica in cui Léa, dopo aver vinto ex aequo la Palma d’oro per La vita di Adele insieme alla costar Adèle Exarchopoulos e ad Abdellatif Kechiche, ha accusato il regista di “comportamento tirannico” e ha descritto l’atmosfera sul set come “terribile”, sembra un modo di restare al centro dell’attenzione mediatica, proprio in occasione del lancio internazionale del film.

Lea Seydoux con il regista Abdellatif Kechiche
Lea Seydoux con il regista Abdellatif Kechiche

Certo è che, ne La vita di Adele, Seydoux si mette completamente a nudo, e non solo in senso metaforico: le scene di sesso, meravigliosamente realistiche e carnali, durano per manciate di minuti (un’eternità, in tempo filmico), e nessun dettaglio della sua anatomia viene sottratto allo sguardo dello spettatore. Ancor più impressionante è la nudità emotiva delle due attrici protagoniste, che hanno contribuito a creare il film (di qui la Palma d’oro ex aequo) tanto quanto il regista, da autrici molto più che da oggetto di consumo della cinepresa.

E ancora una volta Léa si è presa il personaggio scomodo, quello con cui meno ci si può identificare: Emma dai capelli blu, fortemente “maschile” per come usa e getta gli oggetti della sua passione e per come antepone la propria ambizione a qualunque rapporto umano. Lèa, ancora una volta, affronta il suo ruolo senza pregiudizi, con coraggio, fregandosene altamente di ciò che penseranno di lei gli spettatori.

Non è simpatica, la Seydoux. Ma chi l’ha detto che la simpatia debba essere per forza una virtù?