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L’affaire Kechiche: la prim’attrice accusa il suo regista

"Tirannico e spietato" lo ha definito Léa Seydoux, per come è stata trattata durante le riprese di La vita di Adele, Palma d'oro al Festival di Cannes

Tre anni fa era ancora una petite vedette che dispensava “suggerimenti” e “consigli simpatici”, facendo la gueule sui magazine preferiti dalle adolescenti parigine. Quell’espressione imbronciata, a increspare il bel volto impresso sulle copertine di Télérama, Elle o À nous Paris, non ha fatto dimenticare ai francesi che Léa Seydoux è “fille de” e (pro)nipote di prestigiosi (e influenti) produttori cinematografici (Pathé e Gaumont). Bersaglio perfetto per critica e pubblico, inesorabili e biliosi, Léa ha fatto dell’imprevedibilità la sua arma più potente scalando pregiudizi a colpi di cinema d’autore (francese) e di blockbuster americani.

Allieva modello alla scuola di teatro “Les Enfants Terribles” (nomen omen), Léa si è riconcepita creandosi un’immagine di “orfana” invisa alla famiglia per quella sua vocazione alla recitazione e al recitare. Appunto. Vocazione che non le difetta nemmeno fuori dal set, dove a pochi giorni dall’uscita in sala di La vita di Adele ha sollevato un polverone di stelle, capricci e rimostranze ai danni del regista franco tunisino Abdellatif Kechiche.

Cinque mesi, troppi baci e languide carezze dopo, distribuiti con profusione sul palcoscenico e sul tapis rouge di Cannes, Léa ordisce una congiura ai danni dell’autore colpevole di metodo e di onnipotenza. Come Clitennestra, meglio di Clitennestra, è decisa a vendicarsi e a vendicare Adèle Exarchopoulos, la sua giovanissima partner, dall’abuso (di potere) patito nel corso delle riprese.

“Compagno” amato e osannato davanti ai flash e all’isteria che La vita di Adele ha suscitato dopo la proiezione ufficiale e la centrifuga mediatica scatenatasi all’indomani della sua premiazione, Kechiche è tradito. Léa inverte improvvisamente la rotta, confermando il genio di Kechiche senza giustificarlo o giustificare le radici che lo fondano. La star glamour rilascia un’intervista a Télérama ed è subito sera negli occhi e nel cuore del regista premiato a Cannes da una giuria entusiasta e ispirata da Steven Spielberg.

“Tirannico e spietato” lo ha definito Léa tuonando sui giornali e sollecitando le dichiarazioni accordate ma più timide di Adèle, su cui la critica francese si interroga nel tempo libero concesso dalla Seydoux che è qui per rimanere. Se magri trafiletti si preoccupano di sapere della vita di Adèle Exarchopoulos dopo Kechiche, rincorrendo le risposte delle muse precedenti (Sara Forestier per La schivata, Hafsia Herzi per Cous Cous e Yahima Torres per Venere Nera), copertine, prime pagine, fondi ed editoriali rovesciano sui francesi cascate di parole che ritraggano Kechiche come un despota persecutore di attrici nel nome dell’arte e del suo genio.

Da articoli di spalla risponde basito l’autore, offeso dal rancore alimentato dalla sua musa ma deciso a trovare spazio e ragione (del metodo di montaggio e della maniera singolare di lavorare con i suoi attori) nelle pagine posate e autorevoli di Positif. Rancore operante ed ‘esecutivo’ nel senso che può ricevere esecuzione per aver autorizzato il sacrificio artistico delle sue protagoniste.

Sotto la palma d’oro e sui giornali è cresciuto di fatto un clima incomprensibilmente ostile nei confronti di un film che in una lunga scena d’amore ridefinisce la scena d’amore al cinema. Un film dove facciamo l’amore con Adèle ed Emma perché noi siamo come loro e amiamo proprio come loro.

Ma non si risolvono nell’intensità della compenetrazione i meriti di La vita di Adele, storia di formazione che produce periodi di pura bellezza e una protagonista che legge Marivaux, “interpretando” liberamente i romanzi con cui si confronta. Questo è il film che i francesi vedranno sugli schermi, dimenticando, ce lo auguriamo, quello passato e ripassato sulle riviste a grande tiratura, che questionano sul voyeurismo, dibattono sui matrimoni gay, discutono di soggetti traditi (Le Bleu est une couleur chaude di Julie Maroh) e “cinguettano” sulle condizioni deplorevoli in cui (forse) versavano le maestranze, gli attori e la zelante Léa Seydoux.

Musa offertasi spontaneamente e poi sacrificatasi (per contratto) all’altare dell’autorialità e a colui che le aveva preferito Sara Forestier o Mélanie Thierry, Léa rinforza la sua posizione nel cinema francese e in quello mondiale nel tempo di una dichiarazione, consacrandosi diva spregiudicata, libera e bellissima. Magnifica ossessione di Adèle e incrocio mirabile tra Brigitte Bardot ed Emmanuelle Béart, di cui aggiorna l’arroganza capricciosa e il broncio francese, Léa scioglie il sangue e promuove esegesi guardando abilmente in camera. Dimentica di Kechiche, padre (artistico) che sognava di ritrovarla adulta dentro un terzo capitolo.