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Medea, vittima e carnefice, un archetipo che si ripete nel tempo

Il personaggio della madre che uccide i propri figli raccontata da Euripide e da Seneca torna d'attualità in cinema, teatro e letteratura

“Noi donne siamo la specie più sventurata” dice Medea nella tragedia di Euripide, all’interno del suo monologo sulle disparità di genere. La modernità di quella tragedia, e l’immortalità del personaggio di Medea, risiede anche in questo: nel contestualizzare il gesto folle e ingiustificabile che Medea compie all’interno di una cultura che comprime e mette all’angolo il femminile. E nell’affidare a Medea un lungo monologo in cui si elencano le ingiustizie della società patriarcale.

Lei, figlia di Eeta, re della Colchide, è intenta a vendicare il torto subìto da parte di Giasone, suo marito e padre dei suoi figli, che dopo averle chiesto di fuggire con lui abbandonando la patria di origine, tradendo il suo popolo e suo padre, la abbandona per sposare la figlia del re di Corinto, secondo un principio di opportunità politica ancora più imperdonabile dell’innamoramento per un’altra donna. E il suo personaggio è destinato a diventare un archetipo che si ripeterà infinite volte nell’arte e nella letteratura.

Per colpire a morte il marito fedifrago, Medea compie l’atto più innaturale di tutti, l’infanticidio, uccidendo i loro figli. È straziante, nella tragedia di Euripide, il tormento di Medea che scivola lentamente nella follia, alternando parole d’amore verso i suoi bambini a parole d’odio verso Giasone.

Euripide è così drammaturgicamente abile da non permetterci di uscire dalla mente e dall’animo di Medea che, prima di arrivare alla scelta finale che tutti aborriamo, ragiona sull’iniquità di una società maschilista che confina le donne a ruoli e àmbiti di totale subordinazione.

Il nemico di Medea non è Giasone ma la sua coscienza, con cui lei conduce una conversazione ininterrotta, e che infine mette a tacere per conservare la determinazione ad agire. Ed è questo conflitto tutto interiore il più potente elemento tragico dell’opera di Euripide.

La potenza del personaggio di Medea come archetipo è confermata dal numero enorme di rievocazioni cinematografiche, letterarie, pittoriche, musicali e teatrali della sua tragedia: dalla Medea pasoliniana a quella di Lars Von Trier, da Asi es la vida di Arturo Ripstein a Médée miracle di Tonino De Bernardi a Maternity blues di Fabrizio Cattani, basato sulla pièce teatrale From Medea.

Ci sono la Medea di Ovidio e quella di Draconzio, quella di Seneca e quella di Ennio, la Medea di Corneille, di Corrado Alvaro, di Christa Wolf, per spaziare avanti e indietro nel tempo. Ci sono svariate opere liriche dedicate al personaggio e infinite raffigurazioni artistiche, fra cui le tre dipinte da Eugène Delacroix. In Italia c’è stata anche una Medea televisiva, nel ’59, che ha suscitato la partecipazione accorata degli spettatori.

La statura tragica della figlia di Eeta svetta su tutte le altre protagoniste della drammaturgia greca, e su gran parte di quella successiva. A renderla unica sono anche il suo rifiuto di accettare il ruolo della vittima passiva e la sua volontà di condividere con le altre l’indignazione per le ingiustizie (anche sociali) subìte.