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Kitty Green, che ha raccontato le Femen da insider

La regista australiana si è mescolata alle attiviste per filmare le loro storie con onestà e franchezza. E ha scoperto che dietro le ragazze c'era anche un padre padrone

Ha 28 anni, è biondissima e magrissima, suo padre è australiano come lei e sua madre è di origine ucraina: potrebbe essere un’attivista del gruppo Femen, e questo l’ha aiutata non poco a girare il documentario Ukraine is not a brothel (L’Ucraina non è un bordello), presentato fuori concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia: una carrellata su alcune componenti del gruppo, con tanto di storie famigliari e avventure giudiziarie delle ragazze che manifestano a seno nudo in giro per il mondo.

“Grazie al fatto che sembro una di loro e che parlo la loro lingua, oltre all’inglese, ho potuto piazzarmi con la cinepresa in medias res, anche se questo ha significato essere trattenuta in arresto per 24 ore e prendermi qualche cazzotto”, dice Green. “Le ragazze hanno provato una fiducia istintiva nei miei confronti sentendomi una loro simile, e mi hanno permesso di entrare nelle loro case, di seguirle in ogni momento della giornata, filmandole anche in circostanze poco lusinghiere”.

Tenera e onesta: così la descrivono oggi le Femen protagoniste del suo documentario. “Non mi aspettavo di affezionarmi così tanto a loro”, ricambia la regista. “Sono incredibilmente coraggiose e motivate, ma anche ingenue, talvolta infantili. Io sono cresciuta in un ambiente progressista, e non avevo idea di quanto potesse essere grande la disparità di genere, anche al giorno d’oggi, finché non sono andata in Ucraina. Lì una donna può essere spintonata, offesa e aggredita senza che nessuno dica niente, e dietro il minimo pretesto. È una forma di controllo sociale, inimmaginabile per chi vive in Occidente”.

Durante le riprese, Kitty ha scoperto che dietro le Femen c’era un certo Victor, un faccendiere russo che aveva trovato il modo di lucrare sul movimento. “L’ho filmato e poi mi sono domandata se fosse giusto mostrare quel personaggio, soprattutto dato che le ragazze se ne sono poi liberate. Ma il mio documentario doveva essere obiettivo e sincero, ed è giusto far vedere come ci sia sempre il rischio che qualcuno si approfitti della buona fede delle persone. Così come credo sia utile mostrare che le ragazze sono riuscite a liberarsi anche di quella forma di patriarcato”.

Qualcuno dice che sono le ragazze stesse ad approfittare dell’appartenenza al movimento: girano il mondo, ricevono donazioni, hanno stabilito il loro quartier generale a Parigi… “Sì, ma si fanno anche giornate intere in carcere, vengono malmenate, vivono in condizioni disagiate, come si vede nel documentario, e spesso sono ostracizzate dalle loro famiglie. Con il loro bell’aspetto potrebbero fare altri lavori, primo fra tutti quello per cui l’Ucraina è tristemente nota. E invece scelgono di combattere, in prima fila, per tutte”.

Perché le Femen devono essere per forza belle e bionde? “Non sono tutte belle e bionde, ma è vero che quelle meno attraenti, che nel documentario si vedono, restano nelle retrovie, perché mediaticamente hanno un impatto minore delle bellissime, soprattutto a seno nudo”

Secondo lei, quella delle Femen è la tattica migliore per farsi ascoltare? “Non sta a me giudicare. Evidentemente funziona, altrimenti non saremmo qui a parlarne, le pare?”.