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Jill Abramson, la “direttora” della svolta al New York Times

La prima donna al comando della redazione del giornale più famoso al mondo. Guida la crisi e il rilancio nel mezzo della rivoluzione editoriale che travolge carta stampata e digitale. Ma è il suo carattere il bersaglio delle critiche

In casa sua la religione si chiamava New York Times – “se lo scrive il Times vuol dire che è vero”, dicevano – per questo quando è stata nominata primo direttore donna del quotidiano più famoso al mondo Jill Abramson, newyorchese doc, si è sentita “un eroe che ascende al Valhalla”. Un risultato che, germinato dalle sue radici a Harvard, dove ha frequentato corsi di storia e letteratura, l’ha portata a studiare ancora pochi mesi prima della sua nomina (si è insediata il 6 settembre 2011), quando si è presa una pausa semestrale da managing editor per imparare il digitale.

Qui c’è una delle chiavi della promozione e del successo – riconosciuto – di una delle donne più potenti, al numero 5 nella classifica mondiale di Forbes l’anno scorso, e oggi scesa però al diciannovesimo. A lei il Times si è affidato nel suo momento più difficile, quando si è trattato di affrontare la crisi e guidare il rilancio del giornale alle prese con tagli di personale e perdita di copie, nel mezzo della rivoluzione editoriale che travolge carta stampata e digitale. A lei il compito di guidarlo, al fianco del Ceo di Times Co. Mark Thompson, mentre il network si modifica in multipiattafoma e multiprodotto, dalle digital news fino all’entertainment.

Come ha raccontato al New Yorker la mattina del primo giorno da direttore, mentre era in metropolitana era “eccitata” e “un po’ nervosa” perché sapeva che molti la temevano. Preoccupazione infondata, probabilmente, visto il percorso che l’ha condotta fino a lì. Una carriera come collaboratrice del Time ancora studentessa – la prima campagna elettorale l’ha seguita nel 1976 – poi per dieci anni alla rivista specialistica The American Lawyer (ne è uscito il suo primo libro Where They Are Now: The Story of the Women of Harvard Law) finché non è approdata (1988) al Wall Street Journal da dove, nel 1997, passerà al NYT alla guida della redazione di Washington.

Lei c’era mentre esplodevano la guerra in Iraq e il caso Jason Blair, c’era da redattrice sul campo, caporedattore, giornalista d’inchiesta, esperta investigatrice del rapporto tra soldi e politica (il controllo è “cruciale” e “salutare” per la politica stessa). Tanto lavoro l’ha portata a cinquantanove anni – un marito e due figli ormai grandi – a occupare la poltrona più alta del grattacielo disegnato da Renzo Piano. L’hanno guidata le sue idee chiare sul giornalismo e sul futuro di questa professione, armata di parole come accuratezza, correttezza e serietà, oltre che della capacità di essere presente anche nella vita familiare quando c’erano «eventi importanti”.

Crede all’impegno come chiave per riuscire, trova affascinanti le nuove sfide, ma non reputa che ci sia una differenza nell’esercitare la professione in quanto donna. O almeno non crede a una diversità fondante nella scrittura: “Non è affatto vero che le donne giornaliste siano portatrici di un diverso modo di raccontare le storie o che abbiano una diversa sensibilità”, racconta al collega Arthur S. Brisbane. E dice una cosa fondamentale per chiunque faccia questo mestiere: che quello che conta sono le storie.

Solleva quindi un punto discriminante: è la qualità di quello che raccontiamo che ci fa piacere ai lettori, sono loro che sono in grado di riconoscere se qualcosa è interessante. Quello che conta è lavorare sodo ed essere pronti a cambiare: oggi la sfida è il web, spiega, le nuove tecnologie, il cross-media e la redazione che lei guida deve saper lavorare sia sulla carta sia sul digitale.

Ma a meno di due anni dall’inizio del suo mandato è partito il tormentone sul “caratteraccio” della “direttora”: ci ha pensato Politico a raccogliere malumori in redazione, testimonianze che senza mettere in discussione “capacità ed esperienza” descrivevano Abramson come “brusca”, “testarda” e a volte “assente”. Tre mesi dopo, via Newsweek, Lloyd Grove tornava su quell’articolo, raccontando che aveva ricevuto una confessione della stessa Abramson: “Ho pianto”, gli avrebbe rivelato, “poi basta, il giorno dopo non ci ho pensato più”, dettaglia Grove.

Così neanche alla direttrice del Nyt è stata risparmiata la critica sul “carattere” che sempre distingue i giudizi maschile-femminile, e da lì al passare a discutere di emotività è un attimo. Anche i lettori di Politico si sono infervorati (“di questo non si parlerebbe se fosse un uomo”). Ma intanto, malumori veri o no, Foreign Policy l’ha piazzata tra le Top 500 al mondo: unica donna dei media, in mezzo ai leader di al Qaeda, Obama e Mario Draghi.

Forse aveva ragione Brian Steller, sempre del New York Times, che in un’intervista tv ha smorzato: carattere bello o no lei fa il suo lavoro, “she sounds like a boss”, è quello che è: un capo. E adesso tocca a lei.