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Il cinema è il medium, il messaggio sono loro

Due documentari raccontano Pussy Riot e Femen come fenomeni della controcultura e ci ricordano che esistono paesi in cui "il 99 per cento delle ragazze non ha idea di cosa sia il femminismo"

“La musica è il medium, il messaggio sono io”, diceva David Bowie. Ma c’è qualcun altro, oggi, che potrebbe dire la stessa cosa: per esempio Nadia, Masha e Katia, meglio note come Pussy Riot, rinchiuse in carcere dal marzo del 2012, nel ventre della grande madre Russia (Katia nel frattempo è uscita, senza smettere la militanza).

Il documentario A Punk Prayer, firmato da Maxim Pozdorovkin e Mike Lerner, presentato al Sundance e passato in Italia -per ora- attraverso il Biografilm Festival, racconta la loro vicenda processuale, sottolineando efficacemente la scarsa tolleranza che le manifestazioni di controcultura hanno sempre incontrato a Mosca e dintorni, così come l’assenza di una storia del punk sul suolo russo. Considerazioni non da poco.

La vicenda del gruppo di attiviste, naturalmente, è molto più complessa ed inquietante, specie laddove incontra e si scontra con il fronte unito del potere politico assoluto di Vladimir Putin e del potere ecclesiastico. A scatenare l’arresto e a fornire un alibi per l’estrema severità della punizione inflitta alle protagoniste dell’evento, infatti, è stata la loro incursione situazionista di pochi secondi nella Cattedrale di Cristo Salvatore.

Così la provocatoria preghiera in musica delle ragazze, “Madre di Dio diventa una femminista e liberaci da Putin”, si è trovata di fronte un’altra preghiera, questa volta di massa, sollevata dal patriarca contro i dèmoni che si sono macchiati di blasfemia. Una (letterale) scampanata che ha sollecitato i fedeli presenti alla funzione a costituirsi vittime del misfatto e procurato alle famiglie delle vere vittime minacce degne di una jihad ortodossa, da parte forse di quella stessa milizia maschile religiosa, di nero vestita, che il film ritrae con indosso la scritta “Ortodossia o morte”.

Ma il fatto che le Pussy Riot, nate il giorno stesso del ritorno al potere di Putin, abbiano scelto di fare politica con le armi pacifiche dell’arte, della metafora e della musica non è un fatto secondario. Dietro la rabbia caratteristica delle sonorità punk, il cantato gridato, le mise colorate che servono a non apparire minacciose ma anche a rendersi visibili in mezzo a tanto grigio e tanto conformismo, c’è un messaggio preciso e non scontato: “Noi esistiamo”.

Curiosamente ma non troppo, in apertura di un film in qualche modo gemello di questo, ovvero il lavoro di Kitty Green sulle Femen (Ukraine is not a brothel, di prossima distribuzione nelle sale italiane), le protagoniste – che in questo caso hanno la possibilità di raccontarsi direttamente alla videocamera – ci ricordano che abitano e operano in un paese in cui il 99% delle ragazze non ha idea di cosa sia il femminismo e in cui la tanto criticata modalità del topless andrebbe letta nel contesto di una società che nega qualsiasi status di soggetto alla donna ma la pretende oggetto sempre disponibile dello sguardo impudico dell’uomo.

L’appartenenza al gruppo e la partecipazione alle performance costituiscono dunque un fatto identitario per entrambe le formazioni, in modi diversi. “Non so chi sono senza Femen”, dice una delle ragazze di Kiev, mentre racconta di una consapevolezza raggiunta da cui è impossibile tornare indietro, che ha spesso creato uno strappo con la famiglia di origine e con la maggior parte del contesto sociale.

Per le russe, invece, che, pur giovanissime, hanno un percorso artistico alle spalle e una cultura che permette loro di citare Debord (Nadia viene dal collettivo di street art Voina), la musica e gli happening hanno l’obiettivo di far riflettere sulla natura ideologica –e dunque modificabile- di realtà considerate erroneamente come naturali (il patriarcato, il sessismo, la connivenza tra Stato e Chiesa che garantisce a Putin una sorta d’investitura divina).

I registi Pozdorovkin e Lerner mettono non a caso in esergo al loro film una frase di Mayakovsky, “L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello con il quale scolpirlo”, che potrebbe essere un manifesto del punk, della sua urgenza di cambiare le cose lavorando sullo smantellamento del simbolico, di farsi soggetti della storia.

“Qualunque sia il verdetto – ha dichiarato Nadia al processo contro le Femen, prima della sentenza- abbiamo già vinto, perché abbiamo imparato ad arrabbiarci e a farci ascoltare politicamente”. Il cinema è il medium, il messaggio sono loro.