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Gravity, lo sguardo primordiale di una donna che rinasce

Sandra Bullock interpreta un'astronauta dalla femminilità interrotta, che cerca la propria identità e il proprio posto nel mondo attraverso un'avventura interstellare

C’è una forte corrente matriarcale che attraversa tutto Gravity, il blockbuster di Alfonso Cuarón che riesce a mescolare autorialità e appeal commerciale. E il modo in cui Cuarón racconta la sua protagonista femminile, con il valido aiuto di Sandra Bullock che la interpreta, la dice lunga su ciò che il regista e sceneggiatore (ma anche produttore e montatore) messicano pensa delle donne e del futuro dell’umanità.

Ryan, mascolina fin dal nome, è una scienziata che lavora in solitudine alla riparazione dei satelliti spediti in orbita. Fisicamente è androgina, porta i capelli tagliati corti (non “alla maschietta”: proprio da maschio) e si intuisce che in lei qualcosa si è bruscamente interrotto.Il fatto che Ryan sia una scienziata non è, grazie a Dio, raccontato come antitetico al suo essere femmina. Ma appare evidente che il suo istinto, in primis quello di sopravvivenza, si è inceppato, e lei non può (o non vuole) riavviarlo.

L’incidente spaziale che dà l’avvio all’azione del film coinvolge sia lei che il veterano Matt (George Clooney), e inizialmente la donna si lascia prendere dal panico. Ma appare presto evidente che Ryan ha risorse vitali che nemmeno lei stessa sospettava, e che superano quelle del suo compagno di viaggio, nonostante sia lui, sulla carta, l’elemento decisionista della “coppia”.

Non possiamo rivelare altro se non per dire che il discorso interrotto che ha trasformato Ryan in una creatura in lotta con la propria femminilità ha un forte nesso con la maternità, e che il recupero della sua interezza di essere umano, prima ancora che di donna, ha a che fare, secondo Cuarón, con il futuro dell’umanità.
L’immagine chiave del film, peraltro un evidente omaggio a 2001: Odissea nello spazio, è quella in cui Ryan si rannicchia, in assenza di gravità, in posizione fetale. Ryan è il nucleo vitale intorno al quale cresce la storia, e la sua essenza coincide con quella forma di vita primordiale, embedded in un ventre materno. Così come primordiale, ed evolutiva, sarà la conclusione della storia.

La gravità di cui parla il titolo è forza di attrazione verso la terra ma anche gravame esistenziale, e se vogliamo esplorarne la radice semantica, ha un legame con la parola gravidanza. Cuarón è abbastanza intelligente e sensibile da non imbastire una parabola prolife, ma certamente Gravity è un inno alla vita intesa come “spazio” per tutti, ciascuno chiamato ad occupare il proprio posto secondo le proprie possibilità, e la propria personale motivazione.

Persino l’entrata in scena dei personaggi, che scopriremo legati alla navicella spaziale da un cavo “ombelicale”, è una sorta di nascita, da puntino sul fondo di un grembo infinito a creatura formata in primo piano. Ed è il rapporto che si crea fra questi esseri umani a giustificare la loro esistenza: perché “È spaventoso quando le cose non sono legate, vero?”.

“L’assenza di gravità”, ha spiegato Cuarón in conferenza stampa all’ultima Mostra del cinema di Venezia, dove Gravity è stato presentato fuori concorso, “è assenza di resistenza. Si perde la sensazione del peso, ma anche la linea dell’orizzonte e le proprie coordinate, appunto, spaziali. Questo fa sì che i personaggi gravitino l’uno verso l’altro e arrivino all’accettazione, prima di tutto di sé, che è la forma più alta di conoscenza”.