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Viaggio nelle carceri scandinave dove i detenuti sono persone

Riabilitare e dare prospettive. Reinserire nella società chi ha sbagliato e non sbaglierà più. Un reportage dal Nord Europa, dove le prigioni chiudono per mancanza di carcerati e la fiducia viene ricambiata

Rieducare persone che hanno sbagliato. O almeno cercare. È questo lo scopo delle carceri nei Paesi nordici. A cominciare dalla Norvegia, che il 22 luglio del 2011 fu sconvolta dal doppio attacco terroristico a Oslo e nell’isola di Utøya. Il responsabile di quei 77 morti, l’estremista di destra Anders B. Breivik, subì un regolare processo, e furono in pochissimi a chiedere la pena di morte o misure speciali. Oggi Breivik si trova “in una speciale sezione della prigione di Ila, ed è tenuto in tre celle: una per dormire, una per lavorare e scrivere, una per attività ricreative, come vedere la TV o fare esercizio fisico”, spiega a Donneuropa Thomas Ugelvik, del Dipartimento di criminologia e sociologia del diritto dell’Università di Oslo. E precisa: “Breivik può usare un computer, che però non è collegato a internet. Non ha contatti con gli altri prigionieri, e si lamenta spesso che gran parte della sua posta verso l’esterno venga bloccata dalla polizia”.

Se persino uno dei peggiori criminali della storia norvegese riceve un trattamento simile, è lecito aspettarsi maggiore mitezza verso i detenuti ordinari. E in effetti è così. Lo conferma Ugelvik: “Qui tante cose sono diverse rispetto a molti altri sistemi penali. Più importante di tutto, penso, è il fatto che la sentenza media è di una carcerazione davvero breve, circa 120 giorni. In cella poco tempo, dunque, per poi ricominciare nelle cosiddette prigioni “aperte” o a bassa sicurezza. In questo modo l’effetto distruttivo di una pena detentiva è minimizzato”.

Brendtveit, a nordest di Oslo, ad esempio, è il più grande carcere femminile norvegese. La sua sezione ad alta sicurezza può ospitare sino a 45 detenute. Immerso nel verde, la struttura vanta una bella biblioteca, e tra le sue mura si organizzano concerti, partite di tombola e proiezioni cinematografiche. Le detenute imparano a lavorare a maglia, a tessere e a intagliare il legno, e possono frequentare corsi di inglese, informatica e cucina. Lì, come altrove, il personale penitenziario ha un alto livello di preparazione. “Il corso per agente carcerario dura due anni, e molti di essi ricevono poi ulteriore formazione. Sono anche pagati ragionevolmente bene”, sottolinea Ugelvik. Cosa ancora più importante a Brendtveit (e nelle altre carceri femminili) è quasi assente una tragedia diffusissima in tante prigioni del mondo: lo stupro delle detenute.  “In base a quanto ne so, gli abusi sessuali sono molto rari, quasi senza precedenti”, dice Ugelvik.

In Italia i detenuti, donne e uomini, quando hanno la possibilità di parlare con le associazioni umanitarie, raccontano continuamente casi di schiavitù sessuale. Secondo l’organizzazione EveryOne ogni anno nel nostro paese si registrano circa 3000 casi di stupri dietro le sbarre.

In Norvegia ci sono 72 detenuti ogni centomila abitanti. Si tratta di uno dei dati più bassi di tutta Europa. Tanto per fare un confronto: in Italia i detenuti ogni centomila abitanti sono 106, in Francia 101. Quello norvegese, dunque, è un sistema carcerario esiguo, di circa 3600 detenuti. Gran parte delle quasi cinquanta prigioni, sparse in tutta la nazione, sono piccole, talvolta non ospitano più di quattordici detenuti. Alcune si trovano in luoghi idillici. È il caso della prigione sull’isola di Bastoy, nel fiordo di Oslo. I detenuti vivono in bungalow, allevano pecore e galline, coltivano frutta e verdura, si dedicano alla falegnameria. I media definiscono Bastoy “una prigione di lusso”. Ma in un’intervista al britannico The Guardian il direttore della prigione risponde con efficacia ai detrattori: “Secondo la legge, essere mandati in prigione non ha nulla a che fare con il mettere uno in una terribile galera dove far soffrire i detenuti. La punizione è la perdita della libertà. Se si trattano le persone come animali quando sono in prigione, è probabile che si comportino come animali pure dopo. Qui noi ci rivolgiamo a loro come a esseri umani”.

Insegnare il rispetto di sé e degli altri. È questa la filosofia di Bastoy. Il risultato è che solo il 16% di chi esce dall’isola torna a commettere un crimine. Un risultato che ha pochi eguali in Europa.

Certo, è facile avere prigioni umane quando si è la Norvegia. Prima nell’indice di sviluppo umano, terza in quello di uguaglianza di genere, la nazione scandinava ha appena cinque milioni di abitanti, ed è ricchissima, grazie ai suoi immensi giacimenti di idrocarburi. Anche la confinante Svezia però se la cava, pur avendo poco gas e petrolio, ma il doppio degli abitanti. A causa del forte calo di detenuti negli ultimi due anni, Stoccolma sta per chiudere quattro prigioni e un centro di custodia cautelare: dal 2004 il calo delle presenze è stato dell’1% ogni anno, mentre dal 2011 al 2012 il crollo è stato addirittura del 6%. Proprio ieri il Guardian ha spiegato perché.

“Ho avuto il piacere di conoscere, diciamo così, sia le carceri italiane sia quelle svedesi”, racconta un nostro connazionale che vive a Malmö, città sullo stretto di Öresund, il braccio di mare che separa la Svezia dalla Danimarca. Ormai quarantenne, Mario (nome di fantasia) ha trascorso un periodo detentivo in una grande prigione dell’Italia meridionale, e uno più breve proprio in Svezia. “In Italia ci trattavano malissimo. Spazi affollati, cibo scarso,  personale non proprio gentile. – precisa Mario – Il carcere italiano non ha cambiato me, solo la mia base operativa. Ho fatto qualche colpo in Svezia, ma poi sono stato preso. E anche se il carcere è sempre un’esperienza dura, mi hanno fatto capire che potevo cambiare. Lo dico con un po’ di orgoglio: io sono cambiato. Ho un lavoro, una compagna, una vita normale. Umile forse, ma normale. E mi sento svedese”.

In Svezia ci sono 67 detenuti ogni centomila abitanti. In Finlandia 58. Tassi bassissimi. Assai migliori di quelli di paesi altrettanto piccoli e ricchi come l’Austria (98) o la Svizzera (82).

In Danimarca il tasso di detenzione è pari a 73. Anche quello danese, però, è un sistema carcerario famoso. Per cercare di capirne qualcosa in più, abbiamo intervistato Anne Okkels Birk, criminologa e consulente danese. “Le principali caratteristiche del nostro sistema carcerario sono tre. Innanzitutto c’è un principio di normalizzazione: la vita in una prigione deve assomigliare il più possibile a quella esterna. Ciò significa che molti detenuti cucinano i propri pasti in una vera cucina, usando coltelli e altri utensili. Indossano i propri vestiti, a differenza di altre prigioni in molti altri paesi. E conservano i loro diritti civili, incluso il diritto al voto”. Ancora, in Danimarca sono molto diffuse le cosiddette “prigioni aperte” dove, spiega la Birk: “ai detenuti non è consentito uscire, anche se possono. In questo modo devono esercitare il proprio autocontrollo, anche se hanno problemi a casa o non si trovano bene con gli altri detenuti. Le conseguenze di una fuga sono gravi: si è trasferiti in una prigione chiusa e la pena viene allungata”. Infine, gli agenti carcerari sono molto qualificati. “Fanno tre anni di studi pratici e teorici, mescolati”.

A causa del principio di normalizzazione, in Danimarca non esistono prigioni femminili. Nelle carceri c’è un reparto per le donne, e ai detenuti dei due sessi è consentito incontrarsi, e persino sposarsi. E anche gli agenti carcerari sono spesso donne. Come riportava nel 2003 la BBC in un servizio intitolato “Lezioni dalle prigioni danesi”, le donne tendono a essere più brave degli uomini nel calmare i detenuti.

Certo, il sistema danese non è perfetto. Ancora troppa gente va in galera per piccoli reati, quando si potrebbero comminare pene alternative. E talvolta le carceri sono vecchie. Inoltre sembra che da qualche anno le autorità stiano dando più peso agli aspetti “punitivi”: per esempio il nuovo direttore generale delle prigioni danesi ha lavorato per molti anni con la polizia.

Nel complesso però le cose sembrano funzionare. In Danimarca il tasso di recidiva di chi sconta la sua pena in carcere è del 30%, in Italia sfiora il 70%. Il buon risultato danese è anche frutto di quel principio di normalizzazione descritto dalla Birk. Grazie al quale sono i detenuti, per esempio, a prepararsi la colazione. Forse imparare a essere responsabili inizia proprio da piccoli gesti come imburrare una fetta di pane di segale. Con un coltello che lo Stato ha il coraggio di darti. Perché ha fiducia che tu possa cambiare.