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Alto, basso, piccolo, grande, largo o stretto: elogio del corpo imperfetto

Storie di personalità fuori formato nell'Olimpo hollywoodiano e sul piccolo schermo: dai superpollici di Uma Thurman al metro e 45 di Linda Hunt

C’era un tempo in cui, per varcare i cancelli degli studios di Hollywood, un’attrice doveva obbligatoriamente rifarsi la dentatura. Occorrevano denti bianchi, dritti e splendenti per sorridere al sogno americano, se no si restava fuori dalla porta. Denti finti, dunque: e pensare che è proprio l’arcata dentale, diversa per ognuno di noi, a stabilire l’identità del singolo nei casi più estremi.

Ma Hollywood, come la Grecia antica, ha i suoi standard di bellezza, il suo canone di Policleto che si conferma, come ogni regola che si rispetti, anche grazie alle eccezioni. Il titolo di un film di questi giorni, Corpi da reato, la dice lunga sulla deviazione dalla norma, confermando allo stesso tempo, con la sua stessa esistenza, le potenzialità e l’eloquenza cinematografica di un’immagine femminile “fuori formato”.

La protagonista, Melissa McCarthy, ha costruito la sua fortuna su un’espansione variegata del concetto di eccesso, già incarnato nel suo fisico boteriano. I suoi personaggi sono infatti eccessivi nel linguaggio, nella rozzezza dei modi, nella sciatteria dell’abbigliamento, nella forza fisica e nel sarcasmo.

Sono donne che se ne fregano di apparire come svitate e di non piacere alla maggioranza degli uomini, hanno un approccio molto diretto con l’altro sesso, sanno divertirsi di gusto e scherzare senza mezzi termini sulla propria immagine e su quella altrui. La carnalità è perciò lo strumento principale dell’umorismo della McCarthy e la chiave del suo successo presso il pubblico americano medio, notoriamente affetto da un certo puritanesimo di ritorno.

Vicina nei termini, ma visivamente all’estremo opposto, si colloca la vulcanicità tutta intellettuale di Lena Dunham, ideatrice, sceneggiatrice, regista e interprete principale della serie Hbo Girls, nella quale si fa voce di una generazione di talenti femminili schiacciati dalla crisi e dall’egocentrismo. In questo contesto l’esibizione del corpo sovrappeso strizzato dentro abiti inequivocabilmente sbagliati (shorts inguinali o completini simili a pigiamini infantili) s’inscrive in una cornice di tenero masochismo, di nostalgia del nido e di paura di misurarsi con un eventuale fallimento.

Pur non amando il proprio fisico, Hannah (il personaggio della Dunham) sfoggia la propria nudità ad ogni occasione in un evidente e riuscito esercizio di esorcismo dell’imbarazzo e di presa di controllo del proprio corpo: un messaggio rivolto molto più alle donne che al pubblico maschile, come mostra l’apprezzamento in gran parte femminile della serie.

Se fino ad ora abbiamo guardato all’ascissa orizzontale, non significa che l’asse verticale non abbia i suoi fuoriclasse. Settima fra le arti, quella cinematografica non si esime certo dal giocare, come ogni altra arte, con forme e proporzioni.

Ecco allora che, per una Uma Thurman che, sotto la guida di Gus Van Sant, fa della propria altezza un sinonimo di singolarità e persino di femminismo (Cowgirl – Il nuovo sesso), allungando fuori formato anche i pollici delle mani per facilitare l’autostop e aprirsi la strada verso la libertà, Linda Hunt, al contrario, ha costruito un’intera esistenza di celluloide sul suo metro e quarantacinque, lascito drammatico di una malattia genetica, trasformato con intelligenza e autoironia in punto di forza.

Alto, basso, largo o stretto, il corpo è lo strumento principale dell’attore e possiamo essere grati ogni volta che qualche corpo “imperfetto” suona la sua nota sullo schermo. Altrimenti ci ritroveremmo ad ascoltare nei secoli la stessa ossessionante melodia.